Treviso (lunedì, 15 dicembre 2025) — Oggi vi proponiamo l’interessante intervista fatta alla pedagogista e formatrice trevigiana Giovanna Giacomini, che ci racconterà come è iniziato il suo percorso professionale, ma anche come il diventare mamma ha dato una ulteriore svolta alla sua vita. Alla Dott.ssa Giacomini abbiamo anche posto delle domande sulla situazione di disagio che vivono in questo momento i giovani, ma anche delle curiosità sul suo primo libro “Scuole Felici”. Buona lettura!
di Melania Pulizzi
Buongiorno Dott.ssa Giacomini, ci parli di come è nato il suo interesse per la scienza pedagogica e quali sono stati i suoi studi.
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Il mio interesse per la pedagogia è nato quasi per vocazione naturale, anche se me ne sono resa conto pienamente solo più tardi. Sono cresciuta a Salgareda, piccolo paese di campagna, in una famiglia di lavoratori instancabili e con una mamma che mi ha trasmesso l’amore per la lettura, il teatro e la poesia. Già alle scuole medie sentivo in me una propensione ad ascoltare e sostenere gli altri. Mi sono laureata e conseguito il titolo di Esperto nei processi formativi. Durante gli studi universitari la passione è esplosa: più approfondivo teorie educative, psicologia e pedagogia, più capivo che quella era la mia strada. Dopo la laurea ho accettato un lavoro come insegnante in una scuola dell’infanzia. Parallelamente, sfruttando il tempo libero, ho continuato a studiare: ho conseguito un primo Master in Pedagogia per approfondire ulteriormente le mie competenze. Nel 2008 ho aperto a Oderzo il primo studio pedagogico di consulenza alla persona e alla famiglia con la mia socia Dalila Da Lio. In quegli anni mi sono occupata di formazione degli adulti, sostegno genitoriale, progetti per giovani e bambini, sperimentando sul campo tecniche e approcci nuovi. E naturalmente non ho mai smesso di formarmi a mia volta: sentivo fortemente il bisogno di crescere, capire. Diventare mamma nel 2013 ha rappresentato un’ulteriore svolta personale e professionale. La nascita di mio figlio Ascanio mi ha insegnato tanto: ho attraversato anche momenti difficili e questa rinnovata crescita interiore ha rafforzato ancora di più la mia passione pedagogica, dandole nuove prospettive. Proprio in quel periodo ho fondato la Cooperativa GD Educa (era il 2015), con l’obiettivo di gestire servizi educativi innovativi sul territorio. Da lì è partita una crescita costante: oggi GD Educa gestisce direttamente 17 servizi per la prima infanzia, principalmente tra le province di Treviso e Venezia, e nel 2023 abbiamo aperto la prima struttura anche in Lombardia. Questo lavoro sul campo è stato per me un laboratorio creativo: insieme al mio staff ho potuto sperimentare pratiche educative innovative e sviluppare pian piano una mia visione pedagogica originale. Nel 2021 ho battezzato questa mia visione con il nome di “Pedagogia Scuole Felici”, un approccio che mette al centro la felicità come valore educativo e che applichiamo in tutti i nostri servizi all’infanzia. L’ispirazione nasce dal mio amore per il modello danese 0-6 anni (che ho avuto modo di studiare da vicino durante viaggi in Nord Europa) e per la filosofia Hygge, unito alla passione per il buddismo e le culture orientali. Da diversi anni approfondisco infatti gli aspetti sociali e pedagogici dei Paesi del nord Europa, cercando di capire come portare anche in Italia un approccio sincero, empatico e libero all’educazione. Sono orgogliosa di poter dire che sono stata tra le prime in Italia ad applicare concretamente il metodo danese nei servizi educativi 0-6, adattandolo al nostro contesto. Oggi mi definisco pedagogista, formatrice e imprenditrice sociale. Oggi mi occupo anche di divulgazione e in queste occasioni condivido metodologie innovative e buone pratiche, cercando di portare una ventata di innovazione nel panorama educativo italiano. Tutto questo bagaglio mi ha portato oggi a essere impegnata a diffondere una cultura educativa centrata sul benessere e lo sviluppo armonico della persona.
Un approccio alla formazione errato può contribuire a situazioni di disorientamento nelle persone adulte, anche nelle situazioni quotidiane della vita, come difficoltà sul lavoro, socializzare con gli altri, relazioni affettive, ecc.?
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Il modo in cui veniamo educati influisce profondamente sulle competenze con cui affronteremo la vita adulta, quindi un approccio formativo che non fa emergere la versione migliore di sè o incompleto può lasciare degli “anelli mancanti” che generano disorientamento. Ad esempio, se un’educazione punta solo sul nozionismo o sulla performance e trascura aspetti come le competenze socio-emotive, l’autonomia e la gestione delle emozioni, da adulti potremmo trovarci in difficoltà nel gestire situazioni lavorative, relazionali o emotive. Anche le ricerche confermano quanto questo equilibrio sia fondamentale: è stato osservato che le abilità sociali ed emotive acquisite già dalla primissima infanzia sono significativamente associate a esiti positivi in età adulta in vari ambiti (istruzione, lavoro, salute mentale). Si tratta di coltivare le competenze “non cognitive” come ad esempio il lavoro di squadra, l’empatia o la resilienza di fronte agli insuccessi. Pensiamo anche all’educazione che non lascia spazio all’errore o all’autonomia: un bambino allevato in un contesto iperprotettivo o troppo rigido potrebbe diventare un adulto che fatica a prendere decisioni da solo o a reagire agli imprevisti. Al contrario, un’educazione equilibrata dovrebbe insegnare ad adattarsi e a tirare fuori il meglio di sé in ogni circostanza, più che puntare a essere “il migliore” in senso competitivo. Personalmente, con la mia esperienza, ho visto che l’errore più grande è concentrare l’educazione solo sull’accumulo di conoscenze tecniche, trascurando la felicità e il benessere della persona. Oggi viviamo in un mondo in rapido mutamento, quindi se da piccoli non impariamo flessibilità, autostima e capacità di risolvere problemi, da grandi rischiamo di sentirci smarriti di fronte alle sfide quotidiane. Ecco perché è importante rivedere la nostra scala di valori educativi, mettendo al centro il benessere e le competenze di vita, non solo il rendimento scolastico.
Per quanto riguarda i bambini, invece, cosa pensa sia interessante e giusto inserire nella loro educazione e formazione “comune” di oggi, affinché il loro processo di crescita, di sviluppo e di apprendimento avvenga in maniera equilibrata? Mi riferisco sia a casa che a scuola: cosa non dovrebbe essere tralasciato?
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Quando parliamo di crescita equilibrata dei bambini, penso immediatamente a un’educazione che consideri tutte le dimensioni del bambino: quella cognitiva, certamente, ma anche quella emotiva, sociale, creativa e fisica. A scuola e a casa non dovrebbero mai mancare momenti dedicati all’educazione emotiva e alla socialità. Aiutare i bambini a riconoscere e gestire le proprie emozioni, a sviluppare empatia verso gli altri, è fondamentale tanto quanto insegnare a leggere. Le ricerche ormai lo ribadiscono: inserire l’educazione affettiva ad esempio migliora non solo il clima in classe ma ha anche risultati riconosciuti sulla formazione della persona. Quindi, nel curriculum “comune” di oggi, inserire attività e percorsi per potenziare queste competenze socio-emotive è qualcosa di necessario, non opzionale. Ad esempio, si potrebbe introdurre fin dalla prima infanzia l’educazione alle emozioni, o giochi cooperativi che insegnino l’ascolto e il fare squadra. Un altro pilastro che ritengo importantissimo e che a volte viene trascurato è il contatto con la natura e il gioco libero. Nei servizi educativi che gestiamo, applichiamo la filosofia di Scuole Felici: significa che i bambini trascorrono molto tempo all’aria aperta, esplorando e giocando anche se piove e vivendo l’ambiente naturale come un’aula a cielo aperto. Questo approccio, unito a un’atmosfera di calore e familiarità ciò che i danesi chiamano hygge, un senso di comfort e benessere psicologico fornisce ai piccoli un contesto ideale per crescere sereni e curiosi. Studi recenti sottolineano proprio che tre elementi chiave lavorano in sinergia nello sviluppo armonico del bambino: un ambiente accogliente, il gioco e le relazioni positive. Favorire momenti di gioco non strutturato, in cui i bambini possano dare sfogo alla fantasia, sporcarsi le mani, costruire e magari anche annoiarsi un po’, è importante quanto proporre attività strutturate. È attraverso il gioco spontaneo che i piccoli imparano a conoscere sé stessi e il mondo, allenano la creatività e la capacità di risolvere problemi. A casa, inoltre, credo sia essenziale coltivare un clima di dialogo aperto e di sicurezza affettiva. Un bambino che si sente ascoltato e accolto nelle sue emozioni in famiglia avrà basi più solide per affrontare le sfide fuori casa. E la scuola, da parte sua, non dovrebbe mai dimenticare di coinvolgere le famiglie nel percorso educativo. Educare non è mai compito di una sola parte: una forte collaborazione fra insegnanti e genitori, in cui ci si riconosce reciprocamente come alleati e depositari di conoscenze sul bambino, è un ingrediente decisivo per il benessere del bambino. In pratica, ciò che non va tralasciato è l’attenzione alla persona del bambino a 360 gradi. Significa insegnare, certo, ma anche educare in senso più ampio, anche a litigare in modo costruttivo, a esprimere un sentimento o a rispettare i propri tempi di crescita. Solo così il processo di apprendimento avviene in maniera davvero equilibrata e felice, perché tiene conto di tutti gli aspetti dello sviluppo umano.
Cosa pensa del rapporto adolescenti e social network, con tutte le insidie che possono trovare?
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Quella tra adolescenti e social network è una relazione complessa, con luci e ombre. Da un lato, i social fanno ormai parte integrante della vita sociale dei ragazzi: sono luoghi virtuali dove si incontrano, si confrontano, esprimono la propria creatività. Non possiamo demonizzarli in blocco o giudicare sempre in modo negativo i giovanissimi. Molti adolescenti, ad esempio, hanno uno spazio per mostrare il proprio lato creativo. Pensiamo alle community online dove i ragazzi condividono passioni, o a quando trovano sui social informazioni e supporto su temi difficili (addirittura circa un terzo dei teen cerca a volte informazioni sulla salute mentale tramite i social, segno che percepiscono quei canali anche come risorsa). E ormai anche molti professionisti competenti usano i social. Dall’altro lato, è innegabile che le insidie ci siano e vadano prese sul serio. I social network possono amplificare fenomeni come il cyberbullismo, l’ansia da confronto e la dipendenza digitale. I ragazzi sono esposti a modelli spesso poco realistici foto di corpi perfetti, vite patinate che possono minare la loro autostima, senza contare la possibilità di imbattersi in contenuti inappropriati o pericolosi. Ci sono dati che fanno riflettere. Questo “sovradosaggio” digitale può togliere tempo al sonno, allo studio, alle relazioni faccia a faccia e persino portare a quello che definisco un paradosso: ci si sente più soli pur essendo costantemente in contatto con tutti. Dal mio punto di vista di pedagogista, credo che la chiave stia nell’educazione all’uso consapevole di questi strumenti. I social di per sé non sono il male assoluto, ma vanno “maneggiati” con cura, soprattutto dagli adolescenti. Come adulti genitori, insegnanti dovremmo accompagnare i ragazzi nell’imparare a vivere il digitale in modo equilibrato: parlare apertamente dei rischi e delle responsabilità online, stabilire regole di buon senso (ad esempio sui tempi di utilizzo, o sul rispetto della privacy propria e altrui) e anche dare l’esempio con il nostro comportamento. È importante insegnare ai giovani a sviluppare un pensiero critico verso ciò che vedono online, a capire che spesso si tratta di una realtà filtrata dove tutti mostrano il lato migliore. E al tempo stesso, dobbiamo far sì che abbiano valide alternative offline: sport, hobby, occasioni di socialità “vera” dove toccare con mano.
In base al disagio giovanile che oggi sta dilagando, come purtroppo si evince dai casi di cronaca, da cosa pensa che sia scaturito e se c’è un modo per un genitore o un insegnante per accorgersi che qualcosa non va e che cosa si potrebbe fare per valutare un recupero di un giovane apparentemente chiuso, ma che nasconde dentro di sé pensieri altamente negativi?
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Il disagio giovanile, oggi così diffuso, è frutto di un insieme di fattori complessi. Negli ultimi anni i nostri ragazzi hanno vissuto eventi e cambiamenti che avrebbero messo alla prova chiunque. La pandemia da COVID-19, per esempio, ha avuto un impatto enorme, ha tolto ai giovani punti di riferimento fondamentali, alimentando in molti sentimenti di solitudine e incertezza. Ancora oggi stiamo vedendo le ripercussioni di quel periodo. A ciò si aggiungono le incertezze economiche e sociali più recenti, le tensioni globali di cui i giovani sono tutt’altro che inconsapevoli. Vivere in un’epoca percepita come precaria, dove il futuro sembra sfuggente, può generare ansia, frustrazione e rabbia. E poi c’è il mondo digitale: come dicevamo, i social network e Internet offrono opportunità ma anche pressione sociale, cyberbullismo, esposizione a contenuti violenti o estremi. Tutti questi elementi possono fare da detonatore a un malessere latente. È importante dire però che non esiste una sola causa: spesso entrano in gioco anche fattori individuali (come la sensibilità personale, eventuali vulnerabilità) e familiari. Un dato che mi colpisce è che oltre la metà degli adolescenti italiani sente che gli adulti “non li capiscono”. Questo significa che tanti ragazzi vivono il proprio disagio in solitudine, convinti che genitori e insegnanti non possano (o non vogliano) comprenderli. Quando manca questo ponte di dialogo tra generazioni, il malessere può covare e crescere sotto traccia fino a esplodere in gesti o situazioni estreme che poi purtroppo finiscono nelle pagine di cronaca. Riconoscere i segnali di un disagio non è semplice, ma ci sono campanelli d’allarme a cui un genitore o un educatore dovrebbe prestare attenzione.. In generale ogni cambiamento radicale e prolungato nel modo di essere di un giovane nel sonno, nell’alimentazione, nel modo di relazionarsi merita attenzione. Purtroppo, spesso i ragazzi che soffrono diventano abilissimi nel nascondere il proprio stato d’animo, magari dietro una facciata di apatia o di irritabilità. E qui entriamo nell’altra parte della domanda: cosa fare, come aiutare un giovane che si chiude e non comunica il suo disagio? La prima cosa, a mio avviso, è esserci. Sembra banale, ma significa far sentire al ragazzo o alla ragazza che noi adulti siamo presenti e pronti ad ascoltare senza giudicare. Un ascolto empatico è fondamentale: bisogna creare momenti in cui il giovane possa parlare liberamente, sapendo che dall’altra parte c’è qualcuno che ascolta davvero, senza interrompere o minimizzare ciò che prova. È importante mantenere la comunicazione aperta: fargli capire che può condividere pensieri ed emozioni, e nel farlo anche noi adulti possiamo aprirci, raccontare magari qualche nostra esperienza, per normalizzare quello che sente. Un errore frequente è diventare ipercritici o colpevolizzanti: così il figlio si chiuderà ancora di più. Meglio invece mostrarsi accoglienti ma fermi su ciò che è importante.
Nel 2023 è uscito il suo primo libro “Scuole Felici”. Da cosa è nata l’esigenza di scriverlo?
Dott.ssa Giovanna Gacomini: Il mio primo libro, “Scuole Felici”, edito da Eriskson, rappresenta per me la realizzazione di un sogno e di un progetto coltivato per anni. La voglia di scriverlo è nata dal desiderio di condividere a livello più ampio la visione pedagogica che ho sviluppato e applicato nei nostri servizi per l’infanzia. A un certo punto ho sentito il bisogno di mettere nero su bianco tutto ciò che avevamo imparato e realizzato, sia per fare un bilancio personale sia per offrire ad altri spunti e strumenti concreti. Posso dire che il libro è nato dall’amore e dalla convinzione che un’educazione diversa centrata sul benessere e la libertà del bambino sia possibile e possa migliorare la società intera. Scriverlo è stato emozionante perché ho ripercorso anche il mio vissuto personale di pedagogista e mamma: infatti nel libro racconto la mia esperienza sul campo e intreccio teoria e pratica, con l’auspicio che arrivi come una conversazione genuina con il lettore. Ho voluto inserire nel libro delle “cassette degli attrezzi” pedagogiche: in pratica, dopo aver spiegato i principi e le finalità della nostra pedagogia, propongo una serie di strumenti pratici, idee ed esercizi che educatori e genitori possono utilizzare per organizzare il lavoro educativo con i bambini. Queste cassette degli attrezzi sono nate dalla mia esperienza quotidiana sul campo sono quei giochi, attività o atteggiamenti che ho visto fare davvero la differenza nel creare un clima felice a scuola. Tra poco (inizio 2026) invece uscirà il mio primo libro illustrato. Una storia per genitori e bambini che racconta in modo poetico l’assenza di una persona cara. Mi auguro potrà essere una carezza per tutte le famiglie monogenitoriali.
Grazie per queste belle domande: mi hanno permesso di ripercorrere le tappe della mia passione per la pedagogia e di condividere riflessioni a cui tengo molto. Spero che dalle mie risposte emerga quanto credo profondamente nel potere dell’educazione come strumento di felicità e cambiamento sociale.
Last modified: Dicembre 15, 2025



